GIUSTIZIA ALL’ITALIANA: NIGERIANO OMICIDA A PIEDE LIBERO, NON SI PUÒ RIMPATRIARLO

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Ha ucciso un uomo in Nigeria. Ma siccome là rischia la pena di morte, gli hanno dato asilo. È un profugo, confessa d’aver ucciso un uomo in Nigeria, ma per i giudici non può essere espulso: «Rischia la pena di morte».

E lo lasciano libero in Italia. Il Tribunale di Venezia (Sezione Civile) ha cancellato il provvedimento con cui la commissione padovana per il riconoscimento dello status di profugo aveva respinto l’istanza di un ventenne nigeriano.

«Al mio villaggio ho ammazzato uno che con una falsa testimonianza aveva cercato di favorire lo zio per impossessarsi di alcuni terreni della mia famiglia», aveva spiegato il giovane. Una confessione in piena regola, pur di evitare il foglio di via: in Nigeria gli omicidi sono puniti con l’impiccagione. Eventualità in contrasto con l’ordinamento giuridico italiano, che in ipotesi del genere preferisce accogliere i delinquenti o presunti tali piuttosto che esporli al pericolo dell’esecuzione capitale. Così sebbene la commissione, mostrando di non credere al racconto dell’uomo, ne avesse respinto la richiesta, il Tribunale ha deciso diversamente. Più che una paradossale eccezione, la regola. In Veneto le commissioni territoriali rigettano in media, per mancanza di requisiti, 7 domande d’asilo su 10. Ma davanti ai magistrati la musica cambia. Competente per le impugnazioni è il Tribunale veneziano: secondo le statistiche, quasi la metà dei ricorsi viene accolta. Peraltro con costi notevoli per l’erario: nei primi 4 mesi del 2016 ben 810 sono state le richieste di gratuito patrocinio. Lo scorso anno, nello stesso periodo, erano state meno di 400. Un aumento dovuto non solo all’intensificarsi dei flussi migratori, ma pure al moltiplicarsi dei verdetti favorevoli per le ragioni più disparate. Ad esempio, l’omosessualità. Punita con il carcere – o la lapidazione – in molti stati africani. A marzo un migrante del Gambia s’è dichiarato gay. «Allontanarlo dall’Italia ha stabilito il Tribunale – potrebbe sortire l’esito di una condanna all’ergastolo». Negli stessi giorni analoga risposta per un nigeriano timoroso di far ritorno a casa per l’avanzata del terrorismo: «Boko Haram starebbe pianificando di allargare la minaccia terroristica: la vita del ricorrente sarebbe messa a repentaglio dalla sola presenza in Nigeria», argomentava il giudice. Previdente come il collega che a febbraio aveva trattato la vicenda di un ragazzo del sud del Mali. In quella zona non era in corso alcun conflitto che avrebbe potuto comprometterne l’incolumità in caso di espulsione. Eppure, per il giudicante, non si poteva costringerlo a «stabilirsi in una regione del proprio Paese diversa da quella in cui corre rischi effettivi». Naturale pertanto accordargli protezione. Come ora al nigeriano reo confesso. «Lo straniero imputato di un delitto comune punito nel Paese di origine con la pena capitale recita l’ordinanza di recente emissione ha diritto al riconoscimento della protezione qualora vi sia fondato motivo di ritenere che, se ritornasse nel Paese d’origine, correrebbe un effettivo rischio di vedersi infliggere la condanna a morte». Il ministero degli interni, non condividendo la tesi, ha presentato appello. Udienza fissata a marzo del 2017. Nel frattempo, il sedicente assassino potrà rimanere in Italia. Libero.

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